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CUCINA TIPICA

LA CUCINA DEL PASSATO
Fino agli anni cinquanta quello del cibo è sempre stato un grosso problema per il paese, soprattutto se c'erano tante bocche da sfamare o se il raccolto non era andato bene; oltre a piatti a base di polenta e maiale si consumavano frittate di gamberetti di fosso, rane, tutti quei piatti che nascevano dal bisogno e dalla possibilità di trovare il prodotto senza spendere soldi.

Dall'acqua venivano anche: "il bisato" da cucinare in umido, "schile e anguele", pesce piccolo da frittura. Dagli orti provenivano i fagioli, i "capussi" e la zucca che ha risposto alla fame di numerose generazioni.
Il denaro ricavato dalla vendita delle uova serviva per acquistare altri ingredienti come sale, aceto, fichi secchi. La carne e la gallina apparivano sulle tavole dei poveri solo a Natale e Pasqua o sul piatto di un ammalato, lo testimonia questo proverbio: "Col povereto magna na galina o le malà lu o le malà la galina".
La cucina era povera, essenziale, il cibo però era una forma simbolica di solidarietà, rappresentava il valore della condivisione: un bicchiere di vino e una pinza si offrivano ai vicini che avevano dato una mano a sfogliare o ad uccidere il maiale, una sporta di patate americane poteva diventare messaggio di partecipazione ad un evento doloroso o lieto
STORIA DELLA POLENTA
Il mais venne portato per la prima volta dall'America in Europa da Cristoforo Colombo. Erroneamente fu chiamato granoturco perché nel lontano 1400-1500, tutti i prodotti che provenivano dai paesi esotici si dicevano turchi. Nel 1600 la coltura del mais e delle patate ridusse gli effetti delle frequenti carestie. In un primo momento la pannocchie si mangiavano lessate e abbrustolite; solo nel 1554, a Villa d'Adige, ora Comune di Badia Polesine, il mais, per la prima volta, venne macinato e quindi mescolato all'acqua e al sale per ricavarne una morbida pastella: era nata la polenta.
La polenta calda e fumante o abbrustolita sulla graticola, diventò subito il cibo dei Polesani. Purtroppo i poveri consumavano solo polenta, perché poco costosa, senza l'aggiunta del companatico e la mancanza di proteine e grassi provocava la pellagra, una malattia molto grave che poteva portare anche alla morte.

LA SEMINA, LA RACCOLTA, LA FESTA DELLA SFOGLIATURA
I
l mais viene seminato alla metà di aprile e raccolto alla fine di agosto. Prima dell'uso dei mezzi meccanici (la mietitrebbia) le pannocchie trasportate dai campi con i carri, erano ammucchiate sull'aia dove avveniva la festa della sfogliatura. Anche i vicini erano invitati a dare una mano per liberare le pannocchie dalle foglie. Grandi e piccoli si ritrovavano di sera sull'aia dove si iniziava il lavoro accompagnato da cori, da risate, dal racconto di storie fantastiche, di barzellette. I bambini si stancavano presto di aiutare e allora si divertivano a ruzzolare nel mucchio delle foglie croccanti e le bambine intrecciavano i "capelli" rossicci delle pannocchie. Spesso i canti erano accompagnati dal suono di un'allegra fisarmonica. Alla fine della sfogliatura si poteva trovare nascosta sotto il mucchio che ormai non c'era più, una gustosa focaccia che  i padroni di casa offrivano ai vicini, insieme ad un buon bicchiere di vino. Ormai era molto tardi, i grandi terminavano la festa facendo quattro salti dull'aia, mentre i piccoli dormivano profondamente sul mucchio di foglie. I cartocci poi sarebbero serviti per riempire i "paioni" (materassi) o, intrecciati, per ricavarne cesti e sporte; i "casteloni" (tutoli) venivano bruciati nei camini o nelle cucine economiche, mentre i "canari" (fusti) oltre che essere bruciati, servivano per costruire protezioni per i raccolti e ripari per gli attrezzi e per gli animali. I più fortunati accompagnavano la polenta novella al pesce, alle salsicce, alle trippe, al baccalà, alle costine; i più poveri la mangiavano col latte, coi fichi fritti, col melasso, con "renga e scopeton" (aringa e salacche).
COME SI FA LA POLENTA
Chi vuole prepararla nel modo antico, riempie un paiolo di rame con acqua salata e quando l'acqua bolle si aggiunge la farina bianca o gialla un po' per volta e sempre mescolando; la polenta è pronta quando non è più aderente ai bordi del paiolo (35-40 minuti di cottura). All'inizio della cottura, per mescolare la farina, si usa la "ioa" (frusta) e poi si continua a mescolare con il "baco" da polenta. Una volta cotta, la polenta si scodella nel "tuliero" (tagliere) di legno a forma rotonda e si taglia col filo di cotone bianco (rocchetto).
 
RICETTE A BASE DI POLENTA
Polenta infasolà
- Ingredienti: polenta, fagioli, zucca, pepe.
Esecuzione: si mettono a bollire i fagioli e la zucca tagliata a fettine in due pentole diverse, poi fate la polenta, prima che la polenta diventi dura aggiungete i fagioli, la zucca e il pepe; mescolate ancora per un po', poi la versate fumante nel tagliere.

Polenta pasticciata con la carne
- Ingredienti: polenta, ragù di carne, formaggio grana.
Esecuzione: fatta la polenta si taglia a fette e se ne fa uno strato su una pirofila, sopra si versa un buon ragù di carne e sopra formaggio grana grattugiato; si fanno tanti strati finché c'è polenta e ragù; poi si inforna per circa 20 minuti.
Polenta pasticciata con burro e grana - Ingredienti: polenta, fiocchetti di burro, formaggio grana.
Esecuzione: sopra il piatto ricolmo di polenta calda si mettono fiocchetti di burro e si grattugia molto parmigiano.

I papariti con ossi di maiale
- Ingredienti: polenta quasi liquida e ossi di maiale.
Esecuzione: la polenta quasi liquida si versa in un piatto contenente ossi di maiale.


IL MAIALE: "SALVADANAIO" DI CASA

Il maiale discende da alcune specie di cinghiali, probabilmente asiatici, che risalgono a circa 55 milioni di anni fa. Numerose vestigia sono venute alla luce negli abitacoli palafitticoli dell'Europa circumalpina dove fiorirono culture agricolo-matriarcali. Il primo maiale fu addomesticato presumibilmente in Cina, circa 4000 anni avanti Cristo. Oggi esiste una numerosa varietà di maiali in Italia e all'estero.
LE FASI DELLA MAIALATURA
I primi mesi dopo la nascita, l'alimentazione era costituita dal "bevaron": acqua calda, crusca, farina grossolana, rape, zucche e patate di scarto e perfino lavatura di stoviglie. La broda veniva versata nell'"albio", un contenitore di pietra. La cura dell'animale era affidata alla padrona di casa. L'ingrassamento si protraeva fino a novembre, il peso doveva superare abbondantemente i cento chili. Nelle giornate fredde di dicembre iniziava l'epoca dell'uccisione del maiale nelle fattorie. L'uccisione avveniva perciò nel culmine dell'inverno quando non si poteva contare su alcun raccolto e il maiale era considerato la più importante riserva energetica di lunga durata. L'uccisione del maiale avveniva nel periodo più freddo dell'anno perché non essendoci i frigoriferi la carne che rimaneva veniva conservata sotto sale, in luoghi freschi nella "carnara". L'uccisione era considerata un vero e proprio rito, tra il feroce ed il festoso, ancora alla maniera pagana. Il giorno in cui si uccideva il maiale era una giornata di festa perché si poteva stare assieme.

Al mattino presto le donne mettevano sul fuoco a bollire due pentoloni d'acqua che sarebbe servita per togliere il pelo all'animale. Intanto cinque o sei uomini si recavano nel "cason" (porcile) a prendere il maiale: il "massadore", colui che aveva il compito di ucciderlo, entrava nel porcile e legava il "sulin" (corda) sul naso dell'animale che così legato veniva trascinato sul luogo dell'uccisione: l'aia. Il "massadore" uccideva l'animale conficcandogli la lama di un lungo coltello sulla gola; la lama andava fino al cuore producendo una ferita dalla quale sgorgava il sangue che veniva raccolto per poi essere usato in cucina (oggi questo sistema è proibito). A questo punto l'animale veniva messo nel "meson" o "peladura", una grossa vasca di legno munita di quattro gambe e quattro manici. In questa vasca il maiale veniva coperto dall'acqua bollente, rigirato più volte, per mezzo di due robuste corde che gli passavano sotto per togliergli così più facilmente il pelo. Ora il maiale veniva tirato su e appeso ad una trave dove rimaneva dodici ore per scolare. Veniva quindi aperto e si toglievano le interiora: cuore, fegato, reni, budella, stomaco, intestino, che venivano tutte usate in cucina. Cominciavano poi a dividere il maiale in varie parti dalle quali si ricavavano la carne e la cotica per fare salami e cotechini. Dal maiale si ricavavano, inoltre, pancetta, lardo, salsicce, costine, coppe, bistecche, braciole, zampini, stinchi e a volte prosciutti. Ai bambini venivano regalate le setole e le unghie che essi vendevano.

NIENTE VA SPRECATO
Con la carne e le cotiche si producevano e si producono tutt'ora vari tipi di salami: cotechino, usando prevalentemente le cotiche; salame di carne, usando soprattutto carne magra. I salami prendono nomi diversi, questo dipende dalle budella usate. La "bondola" è un salame di carne di grosse dimensioni, insaccato nella vescica e con possibilità di conservarlo a lungo. La "nona" è un salame grosso e lungo, leggermente ritorto, fatto con il colon, parte dell'intestino crasso. I "sonsai" sono salami di medie dimensioni, di carne, insaccati nella membrana (velo) che separa lo stomaco dalla pancia e dalla cassa toracica, oggi prodotti raramente. Le "luganeghe" (salsicce) sono salami insaccati nelle budella minute e divise poi in rocchi. Tutti i salami di carne si appendono in un luogo arieggiato. I salami più piccoli vengono consumati già 2-3 mesi dopo la preparazione; quelli più grossi possono essere consumati anche dopo un anno. In ogni caso, era ed è determinante l'idoneità dei locali, soprattutto per il primo periodo, quando si "asciugano" dalla parte più grassa. Si producono anche prosciutti ricavati dalla coscia posteriore del maiale che viene sagomata e frizionata con sale in abbondanza. Una volta si utilizzavano anche le guance (golete) del maiale, sagomate e insaporite con sale e pepe. Si appendevano dentro la canna del camino per affumicarle. La coda e gli orecchi servivano a condire invece i fagioli. La pelle veniva conciata e usata per confezionare poltrone, divani, selle...Le setole venivano usate dai calzolai per infilare lo spago nelle suole. Le ossa macinate servivano per preparare concime e fosfati. Il grasso di scarto era utile per la lubrificazione dei carri agricoli e per ungere delle carte da zucchero da stendere sul petto delle persone raffreddate. Persino lo "spissolaro" veniva messo da parte per ungere i "cuospi" (zoccoli) durante l'inverno.

RICETTE A BASE DI MAIALE
"Ciciole"
(ciccioli) - Ingredienti: grasso, rosmarino.
Esecuzione: tagliate il grasso del maiale in piccoli pezzi e lasciatelo bollire assieme al rosmarino. Quando il grasso diventa liscio e chiaro come l'olio lo togliete. I piccoli pezzi di carne che rimangono sono le "ciciole".
"Baldun"
(sanguinacci) - Ingredienti: sangue, zucchero, fichi, riso cotto.
Esecuzione: fate bollire il sangue del maiale e lasciatelo raffreddare. Unite lo zucchero, i fichi, il riso cotto e mettete il tutto dentro a delle budella.
Variante: ingredienti: sangue, uvetta, zucchero, fichi, cannella, sale.
Esecuzione: fate bollire il sangue del maiale e lasciatelo raffreddare. Unite lo zucchero, i fichi, l'uvetta, la cannella e un pizzico di sale. Mettete il tutto dentro a delle budella.
"Fugassa di ciciole"
(focaccia di ciccioli) - Ingredienti: ciccioli, farina di polenta, fiore, limone grattugiato, sale, 2 cucchiai di anice o rum.
Esecuzione: fate bollire un po' d'acqua e versatela in una terrina, aggiungete la farina e mescolate fino ad ottenere una polentina. Lasciate raffreddare e aggiungete il fiore, le "ciciole", il limone grattugiato, il sale e il liquore. Mescolate il tutto per bene fino ad ottenere un composto che verserete in una teglia. Cuocete in forno a calore moderato per quaranta minuti circa.
 


La cucina principale di una villa
(xilografia da B. Scappi, 1571)

Il sapore e il gusto della cucina veneziana nascono nelle isole, in tempo remoto; si sposano e confondono, più tardi, con gli ingredienti e gli aromi dei prodotti della terraferma, con una immaginazione culinaria sostenuta da esperienze alimentari colte nei viaggi mercantili nel vicino oriente. Ma la caratteristica originale resta fedele alla lontana origine, quando pesca, caccia e orticoltura offrivano prodotti e ingredienti alla cucina veneziana. Il broeto antico e le zuppe di molluschi ne sono una testimonianza, come la ricchezza e la varietà dei piatti di pesce, all'arrosto, sulla graticola, in fritti saporosi, in umido (umido di seppie) fino all'esaltante saòr. E non si può dimenticare la capacità "di esaltare il gusto del manzo, dei carnami, del fegato, con misurati e temperati accostamenti degni in qualche caso della più ricercata cucina internazionale" (R. da Mosto, Il Veneto in cucina, A. Martello - Giunti Editore, Firenze, 1974, p. 15). Un'eredità dello spirito mercantile veneziano, una vocazione all'ospitalità della città stessa. I prodotti della terraferma entrano nella cucina veneziana attraverso un sapiente equilibrio di gusti, ingredienti e aromi. I risultati migliori sono certo i risotti, morbidi, delicati, dal sapore inconfondibile.

Quella del Polesine è una cucina naturale e semplice, coerente con il carattere degli abitanti. La caccia e la pesca offrono alla cucina polesana sapori altrove introvabili. Nelle trattorie, lungo gli argini dei fiumi e dei canali, fuma sui larghi focolari la graticola di grosse e tenere anguille, e la polenta troneggia nel suo colore dorato sulle tavole imbandite. La caccia arrosto o allo spiedo sostituisce spesso il pesce: tra gli alari girano schiodinate di mazori, ciossi, anitre selvatiche.
Anche la "campagna" non è da meno delle zone paludose. Le teglie con la scura faraona, oppure il cappone ripieno, i piccioni farciti sono il risultato di allevamenti sapienti, che non hanno del tutto dimenticato le vecchie regole contadine. Il risotto di branzino è una peculiarità tutta polesana, come la bondola dal robusto sapore.

Testo tratto da "La cucina tradizionale veneta" di Dino Coltro Ed. Newton Compton

 


Interno di cucina
(xilografia tratta dall'edizione veneziana del 1571
di B. Scappi, L'arte del cusinare)


"Strumenti" vari di cucina:
da una molletta per pasta a una
cassetta per conservare le spezie
(rame da B. Scappi, Opera)

I colli Euganei, e la pianura che corre verso il mare, senza raggiungerlo, caratterizzano un paesaggio "contadino" che entra nelle città e nei paesi e crea angoli pittoreschi di pergolati dove, spesso, si riconoscono le vestigia di antiche osterie, e dove, probabilmente, è nata la consuetudine dei pollastri ai ferri, delle lasagne, delle faraone rosolate, dei prelibati toresani (i toresani vicentini di Breganze).
In questa "sinfonia gastronomica" le minestre di riso della cucina padovana fanno concorrenza a quella veneziana. Vi troviamo il risoto coi rovinazzi, con la luganega, con i bisi. Celebre il detto ghe n'è par sete padovani, per indicare una tavola imbandita con abbondanza. Se si pensa alla pettoruta gallina padovana che "fa da centro ai secondi", ai capponi, eccezionali per dimensioni e qualità delle carni, alle oche grasse e gonfie, ci si rende conto che l'espressione non è esagerata.
La polenta di Cittadella è un dolce famoso e squisito, ma della polenta ha solo il nome. Invece, la smegiazza, gli antichi zaleti conservano vecchie ricette a base di farina gialla.

Testo tratto da "La cucina padovana" G. Maffioli Ed. F. Muzzio, Padova 1981
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